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Dopo che un evento accade, tutto sembra ovvio. “Era evidente”, “si poteva prevedere”. La verità è che prima di quell’evento c’erano incertezza, alternative ragionevoli e informazioni incomplete.
Il rischio? Invece di prepararci al futuro, cerchiamo colpe nel passato.
Il bias del senno di poi, è la tendenza a giudicare le decisioni passate come se l’esito fosse stato prevedibile fin dall’inizio (“I knew it all along”). Ricostruiamo i ricordi in funzione del risultato e diventiamo più severi verso chi ha deciso in condizioni che, allora, erano davvero ambigue. Quanto più è grave la conseguenza, tanto più la mente riscrive la storia rendendola “inevitabile”.
Perché ci succede?
Perché il cervello ama l’ordine più dell’incertezza.
Dopo un esito, semplifichiamo la complessità, sovrastimiamo i segnali che “puntavano” a quel finale e dimentichiamo ciò che lo contraddiceva. È un meccanismo di economia mentale e d’identità: essere coerenti ci fa sentire competenti. La cronaca (da casi industriali a tragedie come il Vajont) mostra bene questo effetto: ex post tutto appare lineare, ex ante non lo era affatto.
E nel mondo della cybersecurity?
Dopo un incidente, le e-mail “sospette” sembrano lampanti, le decisioni “sbagliate” e le contromisure “ovvie”. Il pericolo è trasformare l’evento postmortem in una caccia al colpevole: si irrigidisce la cultura, si varano misure tardive e costose, e si spostano budget sull’ultima storia invece che sui dati di base. L’antidoto è manageriale: documentare le ipotesi prima delle decisioni, allenare premortem e scenari alternativi, registrare le fonti disponibili al momento, misurare con benchmark e base rates, e chiudere ogni analisi con una domanda obbligatoria: “Cosa non potevamo sapere allora?”. Così passiamo dal rimprovero all’apprendimento e la sicurezza diventa un vantaggio competitivo: meno sorprese, scelte più lucide.
#ThinkTwice: oggi stai davvero preparando il terreno per le decisioni di domani?